|
WALTER
SCHÖNENBERGER:
OPERE DI RAFFAELLO OSSOLA
–SOGNI RITROVATI –
GALLERIA D’ARTE RISSONE
Comincerò con una nota di cronaca.
Raffaello Ossola è stato mio allievo al Centro Scolastico Industrie
Artistiche di Lugano dove insegnavo. Uscito dalla scuola, nel 1978 fece una
mostra alla Galleria Centro Design di Lugano che era in Via Maderno, al
primo piano.
Una mostra che mi colpì. Era una mostra di pittura non figurativa, nella
linea, se si vuole, del gusto lombardo, dell’astrattismo lombardo di quegli
anni. Però vi si vedeva la grande capacità del pittore, il gusto, la mano,
la pennellata sensibile.
Sicuramente qualche cosa gli scrissi, ne parlai molto bene, poi non vidi più
l’artista per dodici anni. I dodici anni in cui Raffaello andò al nord
(Danimarca, Scandinavia), andò in India e in altri paesi, un po’ per farsi
le ossa, per approfondire soprattutto la sua sensibilità e per fare dei
ripensamenti. Poi nel 1990 fui chiamato da lui con insistenza per vedere una
sua personale che era a Milano, al Fante di Spade, ma naturalmente non feci
molto caso a questa telefonata perché si trattava di un ex allievo: ho avuto
tanti ex allievi, tanti che si sono messi a dipingere, a fare un po’ d’arte,
a fare tante cose, tanti che venivano a sottopormi magari un quadro, a
chiedermi un consiglio. Mi sono detto: sarà uno dei tanti che sono venuti a
chiedere perciò non volevo perdere tempo. Poi, vista l’insistenza di
Raffaello – intanto la mostra era stata chiusa – gli chiesi di poter vedere
queste opere a casa sua. Così ci organizzammo affinché io potessi recarmi a
Sagnino, sopra Como, appunto per vedere le sue opere. Come entrai fu uno
shock. Uno shock nel senso che era come ritrovare qualcosa che c’era già
stata, come cose di vite vissute, vite passate, o comunque delle cose
strane, sensazioni che si provano una volta nella vita. Naturalmente
cominciai ad analizzare questi quadri che erano molto belli. All’epoca
rappresentavano dei boschi frondosi in riva a un’acqua, a un fiume; c’era
una scultura, magari con le braccia mutilate, greca o romana, che spuntava
dall’acqua. C’era un’atmosfera di malinconia, di decadenza e anche di
stupore davanti alla natura. Poi gli scrissi un testo entusiastico; ancora
oggi credo che sia il più bello che ho scritto su di lui, perché era di
primo impatto; poi da quel momento ho incominciato a seguirlo. Ma perché
aveva voluto incontrarmi Raffaello? Perché faceva una pittura figurativa,
una pittura che riecheggiava anche dei modi dell’800, della pittura
romantica, nordica, direi anche la pittura di certi seicentisti fiamminghi e
olandesi, con magari anche un tocco di surrealismo. Non si sentiva a suo
agio perché temeva le critiche che effettivamente poi gli sono state mosse,
tacciandolo di artista passatista. Per esempio: “ma che cosa ti salta in
mente di dipingere così? Queste cose non si fanno più, ormai siamo
astrattisti, siamo anche colti, facciamo arte povera, performance,
istallazioni, ecc. ecc.”!
Con il passare degli anni – ormai sono dieci anni e più – Raffaello si è
consolidato, ha trovato le sue nicchie, i luoghi dove espone e, in più, la
sua proposta è diventata la risposta, o una delle possibili risposte alla
crisi in cui si dibatte l’arte d’oggi, la nostra arte occidentale che ha
imboccato ultimamente molti vicoli ciechi, tanto è vero che leggevo ancora
ieri su un quotidiano italiano, alla pagina culturale, di un americano che
affermava che “ormai tutto è arte”. Certo, se tutto è arte, niente è arte.
Ciò che c’è di interessante in Raffaello Ossola è questo passaggio da una
pittura non figurativa a una pittura figurativa, perché di solito il
passaggio avveniva da una pittura figurativa a una non figurativa. E’ un
sintomo di ciò che oggi sta avvenendo. Infatti anche critici più giovani di
me ripropongono ormai la pittura-pittura, la scultura-scultura, la mano
pensante che traduce il pensiero in segni dove la tecnica è necessaria e
riscopre la bellezza come qualcosa di imprescindibile.
Quindi direi che Raffaello è rappresentante di una svolta che è in atto e
che è molto importante e credo che sarà uno dei protagonisti, con il tempo,
se non lo è già adesso.
La sua ricerca è focalizzata sul paesaggio, sulla visione. Vi ho parlato dei
suoi inizi con gli specchi d’acqua, i corsi d’acqua, la scultura un po’
slabbrata e i grandi alberi frondosi. Poi a mano a mano ci sono state come
delle isole rocciose emergenti dalla nebbia, dei porticati un po’
neoclassici che s’innalzavano davanti a boschi e poi delle visioni più
ampie, pianure molto desertiche, con dei reperti archeologici molto precisi,
piramidi, colonne, parallelepipedi. Come significato vi avevo visto per
esempio un richiamo a quel parallelepipedo che si vede nel film “’Odissea
2001” di Kubrick: cioè alla civiltà. Raffaello Ossola evoca una civiltà che
non c’è più, che è scomparsa lasciando dei resti in mezzo a una zona
desolata. C’è questo senso di malinconia, di qualche cosa, appunto, che c’è
stata e che non c’è più. Spesso la visione è a volo d’uccello, spesso vi è
la combinazione di due o tre prospettive: la prospettiva classica, la
prospettiva a volo d’uccello, poi magari qualche cosa di ancora più
ribaltato verso l’alto, con costruzioni simboliche sempre più precise, come
per esempio il corso d’acqua che diventa cisterna, la montagna che ricorda
quella sacra degli aborigeni australiani, al centro del deserto del
continente, che sembra artificiale, sembra un grande cactus rosso. Poi da lì
le cisterne hanno cominciato a rispecchiare il cielo, altri cieli: non più
il cielo sopra, ma sono state dipinte come se in fondo a codesto pozzo ci
fosse un’apertura verso un altro mondo. Quello che è il mondo – piante,
costruzioni – è scivolato verso l’alto, mentre il cielo si è trovato sotto;
poi ci sono frammenti d’architetture, come balconate lanciate in mezzo allo
spazio, con un po’ d’alberelli e alla fine, in questi ultimi quadri, quelli
che sono in maggioranza qui, una combinazione di cisterne, di scale che si
aprono su degli spazi che si aprono su altri spazi e vi è una serie di
ribaltamenti tali da confonderci le idee rispetto a quelli che sono i punti
di riferimento conosciuti.
Allora, che cosa devo trarre da questa elencazione di motivi? Che dietro a
questa ricerca di Ossola c’è un pensiero. Non vi è solo una condizione di
sogno, una pittura onirica. Il pittore comincia a dirci che questa realtà è
in realtà provvisoria, una realtà che viene ricreata, per esempio, nelle
vegetazioni già dei primi quadri; quei bellissimi alberi in fondo non erano
nient’altro che certe piante coltivate sul balcone di casa sua, ingrandite e
modificate. Insomma è tornata quest’idea che era dei grandi pittori del
passato: che la natura c’è, che la realtà c’è, però la si deve ricreare (per
capirla), la si ricrea nello studio. E a questo punto, come le indicazioni
di uno spazio che non è veramente percorribile, se ne deduce che ci troviamo
in una specie di viaggio interspaziale senza sapere bene dove si va, senza
veramente scorgere dei punti di riferimento. L’unico punto di riferimento è
il ritorno su questa illusoria terra orizzontale che l’artista rievoca nei
quadri orizzontali: il quadro dell’alberello contro il muro e dietro c’è di
nuovo il mistero, c’è qualcosa che fa paura. Però questa cosa non la
descrive, la suggerisce. Questo ritorno è semplicemente un ritorno
all’illusorio con cui devo convivere. Ecco, questo è il contenuto, che direi
filosofico, anzi a volte è metafisico, che c’è nella pittura di Raffaello
Ossola. Dico veramente che la pittura può essere bella, ben fatta, ben
composta o può urtarmi per certi suoi particolari, ma la pittura che ha
qualche marcia in più è quella che incomincia a farmi pensare; pensare al
mio essere nel mondo, pensare a dove sono, come un’icona (sacra) che si
contempla. Noi non abbiamo più delle religioni che ci condizionano veramente
con certezze assolute, abbiamo però questo mondo che percepiamo con i nostri
sensi, che possiamo riprodurre con i nostri mezzi di umani e che è un mondo
fragile che però si può fermare su una tela, nell’attimo tra il dubbio e la
certezza, e questo Ossola ce lo restituisce con molta perizia, con molta
fantasia oltre ad andare anche sul discorso fino agli estremi limiti. Il
ritorno all’orizzontalità della terra è un po’ come questo ritorno in
patria, in Svizzera. Ossola è svizzero, dal balcone della sua casa di
Como-Sagnino vede il Mendrisiotto, quindi non ha perso il contatto con le
sue origini. Però questo ritorno deve essere visto anche come il ritorno
alla certezza di una terra in cui vivo ma che so che è qualcosa di molto
fragile che può essere messa in questione in ogni momento.
Ecco è quanto i suoi quadri mi suggeriscono.
Posso dire ancora che i quadri sono dipinti con estrema attenzione, a volte
con pittoricità che non si scopre subito ma che c’è e con una scrittura,
anche molto curata, con molti ritorni su sé stesso, e a questo punto devo
anche parlare, oltre che dell’allestimento di Gianni Cicorella, semplice ma
essenziale nel suo porgere questi quadri, del catalogo di cui egli è
responsabile per il progetto grafico. Direi che è questo un catalogo per il
quale il grafico ha fatto qualcosa di più, ha compiuto una lettura critica.
Per esempio, molto intelligentemente, per ogni quadro riprodotto ha isolato
un particolare e l’ha ingrandito sulla pagina accanto, così ci si accorge
che sotto l’apparente descrizione naturalistica c’è una solida geometria,
c’è una costruzione veramente da pittore dell’astrattismo classico del 900;
oppure in altri quadri si vede che c’è una corposità di pennellata che non
appare subito e ancora, in altri, addirittura che ancora non conoscevo, c’è
un ribollire di materia che apparentemente non affiora nelle opere di Ossola
e quindi direi che questo catalogo ci fornisce la possibilità di penetrare
nel discorso dell’artista. Perché questa geometria sottaciuta? Perché Ossola
è stato anche un pittore non figurativo, con tutto lo studio rigoroso della
geometria e della composizione astratta che permane, perciò dico che il
catalogo è qualcosa di più, questa volta, di un semplice libretto
illustrativo e a questo punto credo di potermi fermare. |
|