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Esposizione d'arte di Raffaello Ossola
Dal 15 maggio
al 20 giugno 2004 

 
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WALTER SCHÖNENBERGER:
OPERE DI RAFFAELLO OSSOLA
–SOGNI RITROVATI –

GALLERIA D’ARTE RISSONE


Comincerò con una nota di cronaca.
Raffaello Ossola è stato mio allievo al Centro Scolastico Industrie Artistiche di Lugano dove insegnavo. Uscito dalla scuola, nel 1978 fece una mostra alla Galleria Centro Design di Lugano che era in Via Maderno, al primo piano.
Una mostra che mi colpì. Era una mostra di pittura non figurativa, nella linea, se si vuole, del gusto lombardo, dell’astrattismo lombardo di quegli anni. Però vi si vedeva la grande capacità del pittore, il gusto, la mano, la pennellata sensibile.
Sicuramente qualche cosa gli scrissi, ne parlai molto bene, poi non vidi più l’artista per dodici anni. I dodici anni in cui Raffaello andò al nord (Danimarca, Scandinavia), andò in India e in altri paesi, un po’ per farsi le ossa, per approfondire soprattutto la sua sensibilità e per fare dei ripensamenti. Poi nel 1990 fui chiamato da lui con insistenza per vedere una sua personale che era a Milano, al Fante di Spade, ma naturalmente non feci molto caso a questa telefonata perché si trattava di un ex allievo: ho avuto tanti ex allievi, tanti che si sono messi a dipingere, a fare un po’ d’arte, a fare tante cose, tanti che venivano a sottopormi magari un quadro, a chiedermi un consiglio. Mi sono detto: sarà uno dei tanti che sono venuti a chiedere perciò non volevo perdere tempo. Poi, vista l’insistenza di Raffaello – intanto la mostra era stata chiusa – gli chiesi di poter vedere queste opere a casa sua. Così ci organizzammo affinché io potessi recarmi a Sagnino, sopra Como, appunto per vedere le sue opere. Come entrai fu uno shock. Uno shock nel senso che era come ritrovare qualcosa che c’era già stata, come cose di vite vissute, vite passate, o comunque delle cose strane, sensazioni che si provano una volta nella vita. Naturalmente cominciai ad analizzare questi quadri che erano molto belli. All’epoca rappresentavano dei boschi frondosi in riva a un’acqua, a un fiume; c’era una scultura, magari con le braccia mutilate, greca o romana, che spuntava dall’acqua. C’era un’atmosfera di malinconia, di decadenza e anche di stupore davanti alla natura. Poi gli scrissi un testo entusiastico; ancora oggi credo che sia il più bello che ho scritto su di lui, perché era di primo impatto; poi da quel momento ho incominciato a seguirlo. Ma perché aveva voluto incontrarmi Raffaello? Perché faceva una pittura figurativa, una pittura che riecheggiava anche dei modi dell’800, della pittura romantica, nordica, direi anche la pittura di certi seicentisti fiamminghi e olandesi, con magari anche un tocco di surrealismo. Non si sentiva a suo agio perché temeva le critiche che effettivamente poi gli sono state mosse, tacciandolo di artista passatista. Per esempio: “ma che cosa ti salta in mente di dipingere così? Queste cose non si fanno più, ormai siamo astrattisti, siamo anche colti, facciamo arte povera, performance, istallazioni, ecc. ecc.”!
Con il passare degli anni – ormai sono dieci anni e più – Raffaello si è consolidato, ha trovato le sue nicchie, i luoghi dove espone e, in più, la sua proposta è diventata la risposta, o una delle possibili risposte alla crisi in cui si dibatte l’arte d’oggi, la nostra arte occidentale che ha imboccato ultimamente molti vicoli ciechi, tanto è vero che leggevo ancora ieri su un quotidiano italiano, alla pagina culturale, di un americano che affermava che “ormai tutto è arte”. Certo, se tutto è arte, niente è arte.
Ciò che c’è di interessante in Raffaello Ossola è questo passaggio da una pittura non figurativa a una pittura figurativa, perché di solito il passaggio avveniva da una pittura figurativa a una non figurativa. E’ un sintomo di ciò che oggi sta avvenendo. Infatti anche critici più giovani di me ripropongono ormai la pittura-pittura, la scultura-scultura, la mano pensante che traduce il pensiero in segni dove la tecnica è necessaria e riscopre la bellezza come qualcosa di imprescindibile.
Quindi direi che Raffaello è rappresentante di una svolta che è in atto e che è molto importante e credo che sarà uno dei protagonisti, con il tempo, se non lo è già adesso.
La sua ricerca è focalizzata sul paesaggio, sulla visione. Vi ho parlato dei suoi inizi con gli specchi d’acqua, i corsi d’acqua, la scultura un po’ slabbrata e i grandi alberi frondosi. Poi a mano a mano ci sono state come delle isole rocciose emergenti dalla nebbia, dei porticati un po’ neoclassici che s’innalzavano davanti a boschi e poi delle visioni più ampie, pianure molto desertiche, con dei reperti archeologici molto precisi, piramidi, colonne, parallelepipedi. Come significato vi avevo visto per esempio un richiamo a quel parallelepipedo che si vede nel film “’Odissea 2001” di Kubrick: cioè alla civiltà. Raffaello Ossola evoca una civiltà che non c’è più, che è scomparsa lasciando dei resti in mezzo a una zona desolata. C’è questo senso di malinconia, di qualche cosa, appunto, che c’è stata e che non c’è più. Spesso la visione è a volo d’uccello, spesso vi è la combinazione di due o tre prospettive: la prospettiva classica, la prospettiva a volo d’uccello, poi magari qualche cosa di ancora più ribaltato verso l’alto, con costruzioni simboliche sempre più precise, come per esempio il corso d’acqua che diventa cisterna, la montagna che ricorda quella sacra degli aborigeni australiani, al centro del deserto del continente, che sembra artificiale, sembra un grande cactus rosso. Poi da lì le cisterne hanno cominciato a rispecchiare il cielo, altri cieli: non più il cielo sopra, ma sono state dipinte come se in fondo a codesto pozzo ci fosse un’apertura verso un altro mondo. Quello che è il mondo – piante, costruzioni – è scivolato verso l’alto, mentre il cielo si è trovato sotto; poi ci sono frammenti d’architetture, come balconate lanciate in mezzo allo spazio, con un po’ d’alberelli e alla fine, in questi ultimi quadri, quelli che sono in maggioranza qui, una combinazione di cisterne, di scale che si aprono su degli spazi che si aprono su altri spazi e vi è una serie di ribaltamenti tali da confonderci le idee rispetto a quelli che sono i punti di riferimento conosciuti.
Allora, che cosa devo trarre da questa elencazione di motivi? Che dietro a questa ricerca di Ossola c’è un pensiero. Non vi è solo una condizione di sogno, una pittura onirica. Il pittore comincia a dirci che questa realtà è in realtà provvisoria, una realtà che viene ricreata, per esempio, nelle vegetazioni già dei primi quadri; quei bellissimi alberi in fondo non erano nient’altro che certe piante coltivate sul balcone di casa sua, ingrandite e modificate. Insomma è tornata quest’idea che era dei grandi pittori del passato: che la natura c’è, che la realtà c’è, però la si deve ricreare (per capirla), la si ricrea nello studio. E a questo punto, come le indicazioni di uno spazio che non è veramente percorribile, se ne deduce che ci troviamo in una specie di viaggio interspaziale senza sapere bene dove si va, senza veramente scorgere dei punti di riferimento. L’unico punto di riferimento è il ritorno su questa illusoria terra orizzontale che l’artista rievoca nei quadri orizzontali: il quadro dell’alberello contro il muro e dietro c’è di nuovo il mistero, c’è qualcosa che fa paura. Però questa cosa non la descrive, la suggerisce. Questo ritorno è semplicemente un ritorno all’illusorio con cui devo convivere. Ecco, questo è il contenuto, che direi filosofico, anzi a volte è metafisico, che c’è nella pittura di Raffaello Ossola. Dico veramente che la pittura può essere bella, ben fatta, ben composta o può urtarmi per certi suoi particolari, ma la pittura che ha qualche marcia in più è quella che incomincia a farmi pensare; pensare al mio essere nel mondo, pensare a dove sono, come un’icona (sacra) che si contempla. Noi non abbiamo più delle religioni che ci condizionano veramente con certezze assolute, abbiamo però questo mondo che percepiamo con i nostri sensi, che possiamo riprodurre con i nostri mezzi di umani e che è un mondo fragile che però si può fermare su una tela, nell’attimo tra il dubbio e la certezza, e questo Ossola ce lo restituisce con molta perizia, con molta fantasia oltre ad andare anche sul discorso fino agli estremi limiti. Il ritorno all’orizzontalità della terra è un po’ come questo ritorno in patria, in Svizzera. Ossola è svizzero, dal balcone della sua casa di Como-Sagnino vede il Mendrisiotto, quindi non ha perso il contatto con le sue origini. Però questo ritorno deve essere visto anche come il ritorno alla certezza di una terra in cui vivo ma che so che è qualcosa di molto fragile che può essere messa in questione in ogni momento.
Ecco è quanto i suoi quadri mi suggeriscono.
Posso dire ancora che i quadri sono dipinti con estrema attenzione, a volte con pittoricità che non si scopre subito ma che c’è e con una scrittura, anche molto curata, con molti ritorni su sé stesso, e a questo punto devo anche parlare, oltre che dell’allestimento di Gianni Cicorella, semplice ma essenziale nel suo porgere questi quadri, del catalogo di cui egli è responsabile per il progetto grafico. Direi che è questo un catalogo per il quale il grafico ha fatto qualcosa di più, ha compiuto una lettura critica. Per esempio, molto intelligentemente, per ogni quadro riprodotto ha isolato un particolare e l’ha ingrandito sulla pagina accanto, così ci si accorge che sotto l’apparente descrizione naturalistica c’è una solida geometria, c’è una costruzione veramente da pittore dell’astrattismo classico del 900; oppure in altri quadri si vede che c’è una corposità di pennellata che non appare subito e ancora, in altri, addirittura che ancora non conoscevo, c’è un ribollire di materia che apparentemente non affiora nelle opere di Ossola e quindi direi che questo catalogo ci fornisce la possibilità di penetrare nel discorso dell’artista. Perché questa geometria sottaciuta? Perché Ossola è stato anche un pittore non figurativo, con tutto lo studio rigoroso della geometria e della composizione astratta che permane, perciò dico che il catalogo è qualcosa di più, questa volta, di un semplice libretto illustrativo e a questo punto credo di potermi fermare.

 

 

La galleria é aperta
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