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Bruno Soldini
Presentazione MOSTRA delle opere di FREDI SCHAFROTH
presso la GALLERIA D’ARTE RISSONE a Lugano (Viganello) 21 maggio 2005
Questa sera mi tocca un lavoro “straordinario”, non per la qualità di quello
che dirò, ma nel senso che questo non è il mio mestiere, cercherò perciò di
esporvi alcune semplici considerazioni sull’opera e sulla vita professionale
di un artista singolare: “Ho il piacere e l’onore – direbbe un animatore
televisivo - di presentarvi la mostra di Fredi Schafroth, artista
poliedrico, eclettico e geniale, che opera nella Svizzera italiana da
decenni, ma che ha esposto pochissimo”.
Parafrasando un adagio brasiliano che dice: “Se lavori troppo non ti resta
il tempo per far soldi”, possiamo dire che Fredi, paradossalmente, non ha
avuto il tempo di fare marketing, e quindi di autopromuoversi, perché troppo
preso dal suo lavoro.
Nella cosiddetta “era della comunicazione” nella quale viviamo, si ritiene
che qualsiasi cosa uno faccia, se non riesce a comunicare pubblicamente e
reiteratamente di averla fatta, è come se non esistesse, perciò se un
artista intende legittimamente godere in vita i frutti del proprio lavoro,
deve come gli altri sottostare a questa regola.
Sappiamo benissimo infatti che molti artisti di successo sono maestri di
relazioni pubbliche prima ancora che pittori, scultori e architetti. Anche
per questo parecchi aspiranti artisti della mia generazione, convinti che la
modestia e la riservatezza fossero indispensabili qualità morali, sono
rimasti nell’ombra, o hanno desistito, nella vana attesa che fossero gli
altri a scoprire la loro genialità.
Fredi Schafroth, in questo senso, rappresenta un po’ il caso particolare di
un artista che, malgrado la modestia e una certa ritrosia, ha sempre avuto
un suo spazio di notorietà, grazie alla televisione. Forse è stato il caso,
o forse la necessità, a fargli accettar di collaborare con la TSI in tempi
ancora pionieristici, verso la fine degli anni ‘60 del secolo scorso, quando
molti intellettuali guardavano alla televisione come ad un fenomeno
marginale, un teatro di burattini di bassa lega, senza dignità culturale,
dal quale era meglio stare alla larga. Forse non avevano tutti i torti,
viste le tendenze di questi ultimi tempi, ma il piccolo schermo offriva
soprattutto nuove ed ampie possibilità espressive e didattiche: un
potenziale che andava esplorato.
Per capire il senso delle opere qui esposte, è ora necessario fare un passo
indietro, e raccontare fin dall’inizio i trascorsi dell’artista: Schafroth è
un cognome originario di Winterthur, ma Fredi, nato a Zurigo nel 1946, è
arrivato a Chiasso che non aveva ancora un anno, e nella città di confine ha
messo le proprie radici ben profonde. Chiasso chiamata allora “Nebiopoli”,
avvolta non solo dalla nebbia ma anche dal fumo nero delle macchine a vapore
della manovra: parliamo in fondo di tempi non lontanissimi, ma che sembrano
realtà ottocentesche, in un ambiente di confine in cui conviveva la
provincia con l’internazionalismo della Stazione e dei traffici commerciali.
Gli aspiranti artisti si sentivano a disagio in quell’ambito geografico e
umano, dato che allora, con un termine che oggi ha perso molto del suo
significato, rischiavano di essere declassati in partenza come
“provinciali”, una parola della quale si vergognavano.
La provincia era una specie di limbo nel quale ci avevano messo in testa che
nessuno avrebbe potuto esprimersi oltre un certo livello, perciò per tentare
di togliersi le catene, gli artisti nostrani che avevano un minimo
d’ambizione, non potevano fare a meno di avere due atelier: uno in un solaio
del proprio quartiere di provincia e l’altro in un magazzino di una
metropoli dove la vita pulsava e le gallerie tiravano: Milano, Parigi,
Londra e anche più lontano…
Fredi Schafroth invece ha sempre avuto un solo atelier e sempre a Chiasso,
dove abita ancora oggi. Da decenni pensa e produce in una specie di bottega
dei miracoli, condivisa con un suo “socio d’avventura”, Ircano Romano,
vignettista, grafico per diletto e spedizioniere di professione: la scelta
di locali fatiscenti è pratica ed economica, ma anche un po’ romantica…
L’atelier ha davanti un terrazzino dal quale si guarda direttamente sul
viale di bocce, sempre affollato e chiassoso, dell’Osteria della Zocca, un
ritrovo che è stato per decenni luogo simbolo della Chiasso del dopoguerra:
impiegatizia, bottegaia e contrabbandiera. Su quel viale si sono avvicendati
spedizionieri, ferrovieri, pensionati di ogni genere e persino un merlo
indiano, che ripeteva le imprecazioni e le bestemmie dei giocatori: tutti
personaggi che hanno fatto compagnia e ispirato Fredi, il quale, sensibile
ad ogni forma di espressione umana, ha pensato di annotare su un quaderno i
coloriti modi di dire che risuonavano sul viale di bocce.
E poi in quel quartiere, chiamato Boffalora, si viveva il carnevale con
grande intensità. Fredi già da ragazzino si intrufolava nei gruppi
reclamando il suo diritto a partecipare alla creazione dei carri e delle
maschere. Si lavorava con la “ramina dei pollai”, la colla di farina e la
carta di giornale, ed è stata una scuola per lui, i cui segni sono
rintracciabili in buona parte del suo lavoro successivo. Segni ovviamente
sviluppati e raffinati nel corso di una ricerca che continua da
quarant’anni.
Anche la sua prolifica attività di vignettista, di cui parleremo in seguito,
è nata lì, sul giornale satirico “Nebiopoli.
Schafroth ha poi avuto la sua formazione “ufficiale” presso, il CSIA di
Lugano, il Centro Scolastico Industrie Artistiche, allievo di maestri
importanti come Cotti, Salati, Arnoldi, Burkhardt ed il qui presente ed
officiante Emilio Rissone.
Appena ottenuto il diploma, la scuola lo chiamò ad insegnarvi disegno ed
esercitazioni creative. Quasi contemporaneamente, gli chiesero di
collaborare alla TSI: parliamo del 1968, un anno cruciale.
Come si diceva poc’anzi, erano i tempi del mesozoico per l’immagine
elettronica, cioè del bianco e nero, perché dieci anni, in televisione,
corrispondono ad un’era in geologia. L’esordio di Fredi fu subito un azzardo
e un virtuosismo insieme, visto che gli chiesero di disegnare “in diretta”
sull’acetato di un retroproiettore, seguendo una voce narrante
preregistrata: il programma era “Minimondo” e l’intervento di Fredi si
intitolava “La mano nera” alludendo all’ombra della mano che si vedeva
disegnare con grande abilità sullo schermo. Da quel momento, soprattutto con
Adriana Parola, ha inventato una miriade di personaggi tridimensionali
animati, pupazzi, burattini, marionette, e li ha costruiti di persona,
compresi i meccanismi che li fanno muovere: Biagio, un fiore che non parla,
il Tola, faccia metallica quasi spaziale, l’Alce parlante e cantante
post-disneyana, Peo: il popolare cane azzurro…
Sui racconti di Francesco Canova, e con mezzi ridotti al minimo, ha
realizzato i personaggi e le scenografie di due cartoni animati, vere e
proprie “maratone lavorative”…
Schafroth, come avete capito, è un artista eclettico, che dell’arte – per
usare una parola affascinante, ma sempre più ambigua, che va usata con
cautela - ama moltissimo la libertà di provare, di ricercare, di immaginare,
dedicandosi con gran divertimento anche alla componente artigianale, alla
cura manuale dell’esecuzione.
Così, da qualche anno, gli è nata una passione impetuosa per gli aquiloni,
quelli “non tecnologici”, semplici ed eleganti, fatti con un niente: alcune
stecche leggere, un po’di carta, un’idea originale e un filo che la fa
volare…
Penso che gli piaccia soprattutto l’aspetto simbolico di questi oggetti, che
si librano nel cielo di un’“inventiva spontanea”, tanto per non ricorrere al
concetto un po’ logoro di “creatività”, che oggi, più che all’arte, si
applica alla contabilità: la famigerata “contabilità creativa”, divenuta
matrice dei peggiori imbrogli finanziari.
Una piacere spontaneo il suo, e una cura, che sgorgano sotto mille forme
diverse: date un’occhiata alle vignette realizzate per il settimanale
satirico “Il diavolo”: quasi ottocento vignette ognuna con un contenuto che
sottintende, oltre all’abilità nel disegno, la rara capacità di mettere a
nudo, con due battute, il male e il ridicolo di molti comportamenti umani.
Le vignette di Fredi girano il coltello nella piaga, ma non sono in sé
cattive e hanno due caratteristiche principali: finezza nel tratto e assenza
di aggressività, anche quando si tratta di denunciare le situazioni più
tragiche.
I due personaggi, nonno e nipote, trasmettono una profonda tenerezza e
infatti “sdrammatizzare” è l’espressione usata dall’autore, non certo per
minimizzare la gravità degli eventi che abbiamo sotto gli occhi tutti i
giorni, ma per affermare che l’aggressività, di qualsiasi genere essa sia,
non può che attizzare il fuoco invece di spegnerlo. Qualcosa che suona come
un trattamento terapeutico contro l’isteria generale, in un mondo di
contrasti e di feroci competizioni.
Ho lasciato a parte il celebre Gatto Arturo, il marchio di Fredi, creato nel
1971 e ancora ben vivo nella memoria di almeno due generazioni. Il Gatto
Arturo, con il suo inconfondibile abito a strisce orizzontali, indossato e
animato dal suo creatore, è diventato icona di un’epoca televisiva, passando
con successo su molti canali nazionali e stranieri, e riposa ora tranquillo
presso il Museo delle comunicazioni a Berna, pronto a risorgere magari, per
portare di nuovo le sue capacità di comunicare senza parlare, antidoto
contro l’attuale straripare delle chiacchiere televisive.
Per concludere vorrei fare una considerazione generale partendo da un
aspetto che più degli altri trovo interessante in questa mostra:
l’eterogeneità degli oggetti e dei materiali, la varietà dei temi, il
piacere della trovata e l’assenza di quel “rigore” di tipo punitivo, un
falso rigore inteso come ripetitività, che potrebbe però disorientare certi
cultori d’arte di lungo corso, quelli troppo incalliti, troppo rigorosi,
appunto, per lasciarsi andare e che senza rendersene conto si portano
addosso una buona dose d’ingenuità; ma potrebbe anche sconcertare i neofiti,
che pendono dalle labbra dell’ufficialità, ponendo in verità uno dei
problemi principali dell’arte contemporanea, un dilemma che può sembrare
scontato ma non lo è affatto: cos’è arte e cosa non lo è, e forse prima
ancora: se esista o meno un confine, che non sia una convenzione, tra ciò
che va apprezzato come tale e ciò che invece non lo merita. E qui siamo alla
cosiddetta legittimazione: ovvero un sistema comprendente galleristi e
critici, collezionisti, investitori e banche, che ha l’autorità di
“consacrare” certe opere e non altre, certi artisti e non altri, nei quali
credere.
Tanto per fare un esempio: chi e su che base stabilisce che lo “Squalo tigre
in formaldeide” dell’artista americano Daniel Hirst vale 10 milioni di
dollari, mentre lo stesso oggetto in un museo di storia naturale vale cento,
mille volte di meno? E se domani lo squalo venisse acquistato da un museo
con i soldi pubblici a chi sarebbe concesso di esprimere un parere, un
dubbio, senza ricevere la patente di ignorante? Il problema è “credere”,
come se si trattasse di religione, o non credere, nei valori estetici
incorporati nelle opere con i riti di legittimazione.
È un gioco che si può anche accettare, ma consapevolmente, mettendone anche
in discussione le regole, e potendosi addentrare nel bel castello dell’Arte
ognuno con il proprio lanternino, con la propria sensibilità, la propria
esperienza, alla ricerca del piacere estetico secondo un suo percorso: non
sarebbe poi così male… Anche per il piacere intellettuale di sfidare, lo
“star system” che ci viene inculcato. E per scoprire in proprio autori
discreti, rimasti in seconda fila, ma capaci di offrire originalità ed
esilaranti ricerche estetiche. Potrebbe essere un bel gioco di società per
non sentirci troppo pecore, anche se per la verità gli umani, quando
rimangono senza punti di riferimento, magari detestati, o anche fasulli,
sembrano perdere il senso dell’orientamento…
Noi comunque, questa sera, abbiamo sotto gli occhi le opere leggiadre e
curiose di Fredi Schafroth e possiamo constatare che le sue sedie-scultura
con la forma di Gatto Arturo, non sono ancora valutate un milione di dollari
e sono perciò alla portata di tutti.
La mia laudatio è finita. Grazie!
Bruno Soldini
21 maggio 2005 |
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