Hans Brun, lucernese, ma di adozione ticinese,
vive ed opera a Castel San Pietro dal 1970.
Ormai addetto ai lavori e già noto nel nostro Cantone e
in tutta la Svizzera espone,
dal 13 settembre al 12 ottobre 2003, nell’accogliente e spaziosa Galleria
d’Arte Rissone di Viganello, 29 quadri ad olio, di medio e grande formato.
Il corpus antologico di 12 paesaggi, 7 nature morte, 7
informali-astratti, 3 autoritratti, che va dal 1963 al 2003, vuole
abbracciare, in lineare-storica diacronia, la sua costante ricerca, la sua
puntigliosa attività e, soprattutto, le fasi della sua oscillante passione
espressiva: l’iniziale fase, mito-natura, di Lucerna; la fase
geometrico-astratta di Parigi; l’ultima e definitiva fase personale
ticinese del paesaggio, come "stato d’animo".
Questo suo approdo, apparentemente naturalistico,
s’intona, finalmente, con la sua natura ritirata, dura e meditativa, che,
al reale, rimanda il suo segreto dialogo, la visibilità e l’invisibilità
del suo Io, la sua essenzialità gelosa, la sua formale sinteticità, la sua
cromatica autonomia, fortemente costruita, lontana dalle vibrazioni o
dalle dissoluzioni panluministiche dell’Impressionismo.
Sicuramente, egli è debitore diretto della scrittura
incisiva e vorticosa di Van Gogh, della concreta solidità volumetrica di
Cézanne, ma anche vicino alle avanguardie storiche del Novecento, in
particolare a Carrà e ai suoi "valori plastici" e ancora vicino alle
esperienze internazionali di Parigi degli anni ’60-neocubismo,
informale-nuovorealismo, che egli metabolizza, in osmosi, da grande
assimilatore, creando una sua personale e tipica scrittura, aspra, secca e
sintetica.
Il segno, che forma e il colore, che lo avvolge nella
sua pienezza, cancella di nuovo il segno, formando il quadro-paesaggio, di
nuovo, in una visione di tremori indiretti.
Egli poteva riferirsi all’informale o all’astratto,
oppure a un neo-cubismo mosaicato, come nella fase parigina degli anni ’60
e ’61. Ma egli, ancora con Cézanne, che aveva aperto la via analitica
dell’arte moderna, vuole cocciutamente assegnare alla sua operazionalità
la sua "presa totale" della realtà, senza passare a un intelletualismo
sterile, di un disinteressato studio di forme, autoriflessivo,
intransitivo. Egli difende, coûte que coûte, una referenzialità
metonimica, non metaforica, con una contiguità di somiglianza, sempre
aderente alla rappresentazione, in cui il motivo diventa tutta la tela,
"insieme", che non vacilla, ma che è vera, è densa, è piena. Questa
investigazione, costante nei suoi registri, sulla pittura, sui rapporti di
superficie e di tableau, che è poi sempre consapevole del divaricamento
tra bidimensionalità e tridimensionalità, sfocia in Hans Brun in una
continua immersione interna-esterna, tra il soggetto e l’oggetto, tra
l’artista e la natura, dove tutto si amalgama e dove il protagonismo
dominante di questo o quel paesaggio è sempre l’Io, la sua coscienza
partecipe, che forma una "diversa" verità, quella verità pittorica, che si
chiama pittura-pittura.
Ecco, perché Hans Brun sceglie il paradigma del colore,
anche contro il disegno stesso, perché il colore disegna e parla
pittoricamente. Ecco, dunque, i paesaggi, la sua espressione migliore e la
sua più alta qualità artistica, dove il dato reale viene decostruito,
mediante il procedimento costruttivo di riduzione nella discontinuità
delle unità linguistiche di base e la stesura, densa e compatta, del
colore non procede nel senso della divisione del tono, come negli
Impressionisti, ma nel senso di un’appropriazione "spaziale", discontinua
cromatica, mediante una serie di pennellate, orientate secondo direzioni
sistematiche: la libertà creativa consente ad Hans Brun di fare ciò che
vuole, in un’organica integrazione, nella logica degli "equivalenti
figurativi" (albero-casa-prato-fiore-pendìo…), sempre dentro il colore e
dentro quella percezione biopsichica, che gli stessi 3 autoritratti
confermano.
Allora, i "cachi", tra il fogliame compattati, bruciano
come carboni; il bluastro "mattino d’inverno" diventa un notturno lunare;
il "giardino d’estate" ritorna in un’ombra di magica serra; le "zinnie"
screziate, a coriandoli o a grappoli, si librano aeree in cielo; la
"vigna" o "il vigneto", magmatici ed incandescenti, ritmano verticali,
inondando, in controluce, gli alberi neri in processione o il campo
marezzato di verde; le rustiche "fattorie lombarde", solitarie sulle
colline, con le finestre chiuse, diventano masse rocciose, surrealmente
magiche.
Insomma, l’occhio e la mente non sono categorie
distinte o astratte, ma funzioni inerenti a unità strutturate, dove
l’esteticità, in questo caso, acre, discreta e distante, profondamente
mediata, eleva liricamente la natura e, finalmente, la umanizza
pittoricamente.