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SUI MANIFESTI
DEL SOCCORSO SVIZZERO D'INVERNO ESPOSTI ALLA GALLERIA RISSONE
130 manifesti del Soccorso svizzero d'inverno, dal1940 al 1960, esposti
nella galleria Rissone di Viganello offrono una sorta di conciso spaccato
delle tendenze artistiche di quegli anni nei maggiori centri del paese
(Zurigo, Basilea, Berna, Losanna, ...)
ma riflettono anche la situazione
politico-economica del momento. Dividerei il quarantennio che va dal '40
all'80 in quattro momenti conseguenti uno all'altro ma fra loro diversi: dal
'40 al '50 il periodo della guerra e del dopoguerra; dal '50 al '60 il
decollo di una nuova moderna crescita; dal '60 al '70 la spinta impetuosa
verso la Svizzera dei 10 milioni d'abitanti (che poi, per fortuna, non si
realizzerà) e dal'70 all'80 il consolidamento definitivo dello stato sociale
e della cosiddetta "società dei consumi". Nel periodo della guerra e
dell'immediato dopoguerra i manifesti erano realizzati soprattutto dai
pittori: la professione del grafico in senso stretto non era ancora nata.
Bisogna quindi risalire alla situazione delle arti figurative di allora.
Zurigo era una città centrale in questo campo. Nel 1936 era stata fondata
ALLIANZ, che raggruppava attorno a Leo Leuppi due grandi gruppi d’artisti
moderni: i "surrealisti", e i "realisti" Come Sophie Teuber- Arp, Meret
Oppenheim, Max Von Moos, Hans Erni, che guardavano piuttosto in direzione di
Parigi, e gli astratti-concreti come Max Bill, Richard Paul Lohse, Verena
Loewensberg, orientati piuttosto verso quello che era stato il Bauhaus e le
correnti razionaliste tedesche ed olandesi. Nel '39 la leggendaria Landi di
Zurigo non riflette pero direttamente sul piano artistico questi
orientamenti.
Sul piano figurativo dominavano le tendenze del realismo
patriottico come la celebre statua del contadino soldato intitolata "Volontà
di difesa", di Hans Brandenberger. La modernità si manifesta maggiormente
nelle architetture dei vari padiglioni, tolto il Dörfli che tendeva a
proporre un'immagine idilliaca e vernacolare della patria. Il dibattito (ed
anche gli aperti contrasti) fra figurativi e astratti-concreti si sviluppano
soprattutto negli anni '40, quando la bella scultura a nastro di Max Bill,
intitolata "Continuità" esposta nei giardini della Mostra cantonale
d’agricoltura e artigianato sulle rive del lago di Zurigo fu mandata a pezzi
e quando furono compiuti atti di vandalismo sul potente Stier di Hans
Aeschbacher. Di quest’agitato periodo figurano nella mostra due manifesti
esemplari: uno del 1940, di Richard P. Lohse, nel quale v'é un uso perfetto
della fotografia, del bianco e nero e dei caratteri tipografici; I'altro del
1942, di Franz Fässler, dove in termini di figura, di colori cupi, di
disegno, riemergono tutti i tratti dell'espressionismo d’ispirazione
proletaria. Alcuni pittori d’area espressionistica disegnavano del resto per
il VOLKSRECHT (SDP) o per il VORWÄRTS (PdA). Nel 1949 la tendenza DIE GUTE
FORM conquista in certo qual modo il primato, dopo un’importante conferenza
di Max Bill a Basilea e la diffusione di una mostra itinerante del WERKBUND,
che ha gran successo anche fuori della Svizzera. Nasce dunque quella che si
potrebbe definire la grafica professionale, vista come una branchia del
moderno design e non più come una forma minore della pittura. Tra il '55 e
il '56 Max Bill dirige la Hochschule für Gestaltung di Ulm. Si potrebbe dire
che, almeno per le arti grafiche, la fotografia e la tipografia prendono il
sopravvento sulla pittura, una certa astrazione batte a livello comunicativo
la stretta figurazione. La “Gute Form" abolisce la frontiera fra arte e
lavoro. La bellezza é considerata semplicemente come la conseguenza della
funzione. Questi indirizzi domineranno gli anni '50 e '60 e nella mostra si
vede come, superati gli ultimi, del resto bei manifesti a carattere
figurativo di Viktor Hausslauer del 1947 e del 1948, s’imporranno le
produzioni delle Kunstgewerbeschulen di Zurigo e di Basilea. Tra il '60 e il
‘70, il movimento moderno nel campo delle arti figurative diventa in certo
qual modo I'arte ufficiale, quella che accompagnerà il decennio di crescita
impetuosa al cui centro si trovo I’Esposizione nazionale di Losanna dei
1964. In Svizzera non c'erano mai state Accademie di belle arti, le scuole
dell’ufficialità artistica. Ed ecco che propria negli anni '60 le
Kunstgewerbeschulen, che sono prima di tutto scuole professionali,
acquistano una grande importanza e sfornano i professionisti della nuova
comunicazione basata più sull'impiego della fotografia, del testo, della
tipografia, del colore che non sul disegno. I manifesti del Soccorso
svizzero saranno tutti creati nelle Scuole d'arti e mestieri di Zurigo,
Basilea, Lucerna, Losanna.
E' bellissimo nella mostra il manifesto del 1962
che sfruttando I'inquadratura in forma di croce di una povera finestra su
sfondo bianco, allude ad un triste paesaggio invernale.
L'autore è Peter Hajnoczky, nato nel 1943, allievo di grafica nella scuola
di Zurigo fra il 1960 e il 1964. La Svizzera non raggiungerà i previsti 10
milioni d’abitanti e verso la fine degli anni '60 ma soprattutto all'inizio
degli anni '70 sarà anch'essa scossa dai moti del '68, specialmente a Zurigo
(il Globus-Krawall) e a Ginevra.
I giovani studenti delle scuole d'arte e
delle università, aggregati in parte ai gruppetti politicizzati, si
esprimeranno soprattutto con volantini improvvisati e con manifestini poveri
affissi negli atri delle scuole della città. Gli strumenti di lavoro saranno
spesso le ciclostili, le vecchie linoleografie da stampare con un semplice
rullo, qualche volta lo spray con cui operare direttamente sul muro. Intanto
la grafica professionale continua imperterrita con la consueta e ormai anche
un pò asettica capacità tecnica e compositiva. In ambito artistico si
accentua I'interesse per la letteratura, per il cinema, e dapprima
timidamente, per i nuovi mezzi audiovisivi. La mostra dei manifesti non
rende conto di questo periodo. Essa espone solo un paio d’esemplari della
seconda metà degli anni '80: fotografie a colori, con una specie di sapiente
e oggettiva raffigurazione di frammenti di realtà. La povertà ha ormai
assunta altri connotati:
quelli dell'emarginazione, dell'alienazione,
dell’impossibilità di accedere a molti beni e servizi di una società che si
usa ormai definire opulenta. Sui manifesti appaiono dunque figure marginali,
bambini tristi in un mondo fatto d’oggetti di plastica, di scarpe numerose
ma sfondate, di biciclette rotte. Il mondo dell'arte e della comunicazione
visiva si é nel frattempo diversificato e articolato in più filoni e
versanti, nei quali convivono nuova anarchia, vitalismo (i Neue Wilde),
transavanguardia, rappresentazione oggettiva, installazioni d’oggetti e di
materiali residui in grandi spazi, fotografia, video e così via. I manifesti
sono sovente divenuti delle specie di gigantografie che hanno rotto il
formato regolare, dimesso ma dignitoso, dei cartelloni degli anni '40, '50 e
'60. Questa é però un'altra pagina di storia della quale la mostra della
Galleria Rissone non rende ovviamente conto. Potrebbe però essere il tema
per un’altra interessante occasione.
Tita Carloni
6 maggio 2003 |