La ricchezza dell’opera di Cornelia Forster consiste non
solo nell’abbondanza quantitativa della produzione, ma soprattutto nella
varietà dei temi trattati e nelle soluzioni che di volta in volta ha
escogitato, per tutto il corso della sua lunga storia personale. Nonostante
le difficoltà date da tale ampiezza, possiamo identificare alcuni elementi
che sono stati costanti in tutto il lavoro di Cornelia Forster dall’inizio
alla fine: gli orientamenti di fondo, alcune convinzioni soggiacenti, da cui
poi sono scaturite le immagini con i loro sviluppi nel tempo. Al primo
momento lo spettatore è sorpreso dal fascino del colore ed è tentato di
affidarsi solo a quello. Dopo un istante si rende conto che l’istinto
pittorico di Cornelia Forster si è evoluto attraverso un’informazione e una
maturazione culturale precisa. Nei suoi anni di perfezionamento successivi
alla scuola d’arte a Zurigo, ci sono giornate e mesi al Louvre e in molti
musei d’Europa. Soggiornando lungamente a Napoli ha studiato il patrimonio
artistico del museo nazionale di archeologia, che è uno dei più importanti
nel campo della cultura mediterranea dell’età classica. Anche al Louvre si
era interessata di archeologia, cercando la cultura mediterranea a partire
dalla preistoria. Ora lo studio di quest’arte così antica, che risale a
migliaia di anni, come ben noto è strettamente imparentato con la cultura
del Novecento. Infatti un aspetto singolare e produttivo nella cultura del
secolo appena trascorso, è la ricerca dell’arte dei primitivi. Primitivo,
fra i tanti significati contiene anche la nozione di un tempo prima dell’età
moderna scientifica meccanizzata e tecnologica. Ma si scende ancora più
addietro: prima dell’antichità classica. Inoltre, primitivo è anche il
vocabolo usato per indicare un mondo come quello dell’ arte Africana, oppure
dell’Oceania, in cui anche in secoli recenti il razionalismo tecnologico
degli occidentali non si era ancora affermato. Inoltre, vuol dire andare a
vedere il pensiero e l’azione dell’uomo alle prese con istinti ed emozioni
primordiali. Cose talmente basilari che rispetto ad esse lo sviluppo stesso
della civiltà in fin dei conti è una struttura secondaria. Tutto ciò,
nell’arte implica ripercussioni che toccano subito anche gli aspetti
formali, il sistema o i sistemi dell’espressione. In pratica ha costituito
una forte sollecitazione a cercare le forme portanti, le semplificazioni che
consentono non di dimenticare ma di raccogliere in sintesi tutto ciò che ci
dà lo sguardo, di unificare tutto ciò che ci dà la percezione. Le cose più
profonde della percezione immediata sono molte: gli elementi essenziali
dell’essere umano in universale, gli aspetti del mondo storico, della
civiltà del proprio tempo. Affrontare nella creazione artistica una ricerca
di questo genere, implica evidentemente una prospettiva culturale ricca e
aggiornata. Cornelia Forster parte dall’ambiente di Zurigo, che come ben
sappiamo è stata una delle capitali artistiche dell’arte mondiale del
ventesimo secolo. Uno dei più impetuosi movimenti d’avanguardia, cioè il
dadaismo, è stato inventato appunto in quella città. Da chi, dagli
zurighesi? Dall’insieme composto degli zurighesi e degli influssi culturali
che arrivavano da tutto il mondo. Il luogo di avvio di Cornelia Forster è
stata Zurigo, sia nel suo essere cultura tedesca, sia nei suoi orientamenti
internazionali. Abbiamo menzionati gli spostamenti di Cornelia Forster:
Napoli, il mediterraneo, Parigi. A questo punto all’improvviso ci rendiamo
conto, non senza un senso di sorpresa, che stiamo parlando direttamente e
propriamente della Svizzera in quanto transculturale o multiculturale.
Abbiamo fatto un riferimento a una tradizione culturale tedesca, alla
tradizione italiana, e a quella di Parigi. Italiana, francese e tedesca. E’
una maniera inattesa ma efficacissima di vivere nella cultura svizzera, non
in quanto essa sia la cultura chiusa di un piccolo paese, ma proprio nelle
sue radici, nei suoi collegamenti più vasti con la cultura europea che sta
intorno, sotto, e dentro. Cornelia Forster ha compiuto questa scelta per
istinto. Sta di fatto che il risultato della riflessione e del lavoro, già
dagli anni giovanili offre una disponibilità culturale ampia.
Nel panorama si affermano degli elementi predominanti e
ricorrenti. Innanzitutto è sempre attuato il collegamento con la natura.
Natura vuol dire la vita dell’uomo nei suoi aspetti costitutivi intimi, di
costruzione interiore; verso l’esterno vuol dire anche il paesaggio
terrestre. L’albero, la vastità di colline, di cieli, una presenza di
territorio animato. Anche nelle opere che ci sembrano astratte, la natura è
presente in quanto è sempre possibile identificarvi un cielo e una terra,
sia pure in forme decisamente essenzializzate; a volte appaiono elementi
vegetali. Tentiamo una ricapitolazione intermedia. Come sfondo culturale,
abbiamo nominato tre città europee di riferimento; come sfondo di tutto,
ossia la natura, abbiamo contemplato la vita interiore psichica dentro di
noi, e fuori di noi l’estensione cosmica e la vita della terra.
Con alcuni specifici movimenti culturali Cornelia Forster
è stata più strettamente in contatto. Innanzitutto, secondo le tradizioni
tedesche, una componente di tipo espressionista, cioè l’atteggiamento
affettivo e l’orientamento di pensiero per i quali si dà importanza
prioritaria al manifestarsi, all’emergere o anzi al traboccare e a volte
all’esplodere dell’emozione. Successivamente, il surrealismo. Esattamente il
surrealismo della grande epoca fra le due guerre mondiali, gli anni Venti e
Trenta. È in quel momento che Cornelia Forster si trovava in Francia,
frequentava gli espressionisti e i surrealisti svizzeri che studiavano o
lavoravano a Parigi (ma potevano trovarsi anche in tanti posti in Svizzera o
altrove), vedeva le opere dei surrealisti classici i quali a loro volta si
riferivano all’arte preistorica e all’arte primitiva che Cornelia Forster
già stava esplorando per conto suo, per indole propria. Tale capacità di
intuizione, di spontanea coincidenza tra scelte personali e movimenti
culturali pubblici, ci dà il senso di una forza non solo di pensiero
artistico ma anche di percezione storica attenta e sensibile. Cornelia
Forster non si è mai lasciata intimidire o impressionare dal suo stesso
sapere, intendiamo con ciò il cumulo delle notizie immagazzinate, perché è
stata capace di selezionare, non disperdersi, e dominare saggiamente le
informazioni di cui disponeva. Con un po’ di umorismo diciamo pure che
durante il lavoro creativo a un certo punto di tutto questo suo sapere se ne
infischiava - può sembrare un’espressione poco rispettosa, ma semplicemente
affermiamo che lei era una persona libera, non vincolata a programmi
dogmatici, scuole, pregiudizi o modelli concettuali rigidi. Si è avvicinata
anche all’astrattismo, ma senza mai dimenticare nulla della vivezza di
emozioni e forme, acquisite dall’esperienza quotidiana nell’osservare le
cose e l’animo umano. Quando le andava di sviluppare soprattutto un ritmo
geometrico staccato dalla natura, l’immagine della natura si allontanava,
senza mai sparire. Quando viceversa sentiva il bisogno di tornare
direttamente sulla figura, questa era pronta a riapparire pienamente nel
discorso narrativo e descrittivo. La grande vastità di interessi culturali
era rivissuta sempre nell’interiorità della vita emotiva e istintiva.
Un discorso analogo si può svolgere anche per quanto
riguarda le tecniche. Qual è la tecnica che conosceva meglio, e in cui si
indetificava? Non poche. Teniamo conto anche dell’età e dell’estensione di
tempo disponibile. Ha lavorato fino a oltre ottant’anni; ha cominciato che
ne aveva sì e no venti. In sessant’anni di lavoro continuo ed effettivo,
certamente un artista avido di sapere è in grado di assimilare tecniche ed
esperienze. Ha studiato pittura e questo lo sappiamo. Ha frequentato gli
scultori e ha imparato l’arte della scultura. Ha fatto grafica e illustrato
libri e giornali; si è occupata di stoffe. E’ ragguardevole la sua attività
nel campo dell’arazzo, tecnica classica e millenaria, di cui conosce fino
all’ultimo dettaglio le procedure della più alta tradizione. L’attuale
mostra alla galleria d’arte Silvia Rissone ci offre una selezione di esempi
ammirevoli.
Nel grande sviluppo dell’attività del Kunsthaus di Zurigo
subito dopo la fine della guerra mondiale, ha assunto particolare importanza
un’esposizione di arazzi di Jean Lurçat, il grande maestro dell’arte dell’
arazzo nel ventesimo secondo, di livello internazionale. Affascinata,
Cornelia Forster ha seguito a lungo il suo insegnamento, con un ulteriore
soggiorno in Francia per frequentarne il laboratorio. La tecnica dell’arazzo
è una tra le più delicate e meticolose che si conoscono. Il risultato
finale, piuttosto grandioso, tende a fare spettacolo. È consigliabile
scrutare la consistenza dell’arazzo da vicino, il più vicino possibile, a
venti centimetri di distanza. L’artista prepara dapprima il cosiddetto
cartone, ossia lo studio in grandezza definitiva con tutti gli elementi del
colore e del disegno al millimetro. La realizzazione dell’arazzo implica il
lavoro filo per filo, il cui spessore può essere anche inferiore al
millimetro. L’arazzo è realizzato non lavorando su una tela preesistente, ma
costruendo la stoffa stessa, a partire da un ordito vuoto sul quale poi i
fili che vengono intrecciati sono i colori stessi. Definiti fino all’ultimo
tutti i dettagli, l’esecuzione materiale è da ultimo affidata all’ artigiano
specializzato. Rimaniamo sorpresi dagli effetti di luce e di trasparenza che
Cornelia Forster è riuscita a far scaturire anche da una sostanza di solito
avvolgente e tranquilla come il tessuto. Ma per lei non c’è niente di
statico. Percepiamo un senso di pace, ma una pace non inerte, anzi ricca di
mistero; è la pace di chi mette insieme varie forze, compone un equilibrio,
e tocca strati profondi dell’interiorità; certo in fondo è la pace delle
persone capaci di meditare. Incontriamo armonia, luminosità, senso del
colore. Concludiamo le nostre considerazioni, osservando che mai un fatto
tecnico si giustifica da solo. Dietro agisce una mente e un’emozione.
Cornelia Forster amava la vita e rispettava il cosmo, che è sacro. È da qui
che scaturiva il suo senso di libertà, e questo era anche il senso della
luminosità e della vastità spaziale. Ammirando le opere dell’artista ci
rallegriamo con la galleria Rissone, ed esprimiamo un ringraziamento
speciale al figlio di Cornelia Forster, Vincenzo Altepost, che è il custode
del tesoro.